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Cinema

NAZA. La guerra finisce quando si accendono le luci



In sale piene di pop corn e coca cola, di fronte a un grande schermo che ci ha permesso attraverso esso di conoscere la realtà, improvvisamente, noi, un popolo complice, ci siamo sentiti in diritto di esprimere giudizi di opinione riguardanti una guerra contemporanea. Uscendo dal cinema, abbiamo commentato la realtà.

L’assurdità dell’oggi è esattamente questa: senza schermo, fatichiamo a sfaticare la sensibilità.

Un’assurdità che non si esaurisce qui. Incoscienti di fronte al fatto che noi stessi abbiamo delegato l’empatia a dei pixel, siamo rimasti indignati dal fatto che quegli stessi pixel – certamente con altre finalità – siano stati il mezzo prescelto per facilitare la disumanizzazione di un genocidio. Siamo rimasti tutti indignati dal fatto che sia stata un’IA a cercare i bersagli o dal fatto che siano stati – in parte – dei droni a condurre gli attacchi, disarmando la guerra di sensibilità, impedendo ai soldati di vedere negli occhi chi muore. Siamo rimasti indignati dalla distanza che la tecnologia mette a disposizione, dalla facilitazione ai soldati che attaccano, che, grazie agli schermi, non conoscono lo stress post traumatico.

Tutti, ci siamo sentiti in diritto di commentare il fatto che l’IDF sia composta da poco più che gamer, che conoscono la relazione con la morte che causano tramite grafiche e logiche da videogioco. Poco, è stato commentato il fatto che abbiamo parlato di NAZA uscendo dalle sale di un cinema. La guerra, in fondo, è diventata questa. Videogioco per chi sta dentro, spettacolo per chi sta fuori.

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NAZA – la locandina del film documentario

Fuoriuscendo dalla polemica sulla tecnologia come motore di vicinanza o distanza, sarebbe il caso di approcciare un altro tipo di polemica riguardante il documentario NAZA, sollevata da più voci: il fatto che, persino la sensibilizzazione del popolo palestinese, sia stata lasciata come compito agli israeliani. Sia chiaro: un applauso ai registi, anzi, venticinque minuti di applauso ai registi, ma stiamo, ancora una volta, dibattendo del tema con un lessico specifico, quello israeliano. E va ricordato: il colonialismo è ben di più di un’occupazione territoriale, è un modo di guardare il mondo, e di raccontarlo.

Non si può affermare con leggerezza il fatto che i due registi abbiano, inconsapevolmente, preso parte a una narrazione coloniale. Non si può dire con leggerezza, perché il documentario è una condanna, e questo è un fatto.

Certo è, però, anche il fatto che, seppur in lente critica, il documentario continui a propagandare formule di linguaggio provenienti da Israele. Quante recensioni, commenti e post iniziano spiegando il titolo? “I naza, per l’IDF, sono i danni collaterali”. Criticando la formula, ci rifacciamo a questa, decidendo in chiave critica di sostituire termini puntuali (come, ad esempio, civili, bambini, vittime) con il termine acquisito. Stiamo inseguendo il lessico del carnefice, e questa non è competenza, è violenza.

Se guardassimo Naza: the real story (il rifacimento in distribuzione in Israele, la risposta al prodotto NAZA), un tentativo di ipnosi dalla durata di circa 48 minuti, ci potremmo sorprendere del fatto che il lessico fornito non si discosti da quello che produce NAZA, il prodotto originale.

Naza: the real story ripete solo quattro frasi, quei quarantotto minuti sono riassumibili in una sola tesi sostenuta: “non attaccavamo quelli di Hamas-ISIS perché ci sarebbero stati troppi naza, visto che Hamas-ISIS nascondevano le armi negli ospedali, nelle culle, negli asili, nelle scuole”. Quarantotto minuti di questo, ripetuto fino allo sfinimento. Echi ridondanti su un tetto notturno, circondato da fiori bianchi.

Tralasciando l’analisi dei messaggi subliminali, della manipolazione dell’immagine e dell’informazione che ci fornisce questo secondo Naza, si invita a un altro genere di riflessione: pur tenendo a mente il fatto che il proposito di NAZA originale fosse ovviamente altro, c’è poi così tanta differenza, lessicale, quando pronunciamo in chiave critica una frase come: “l’IDF ha ucciso 500 naza per fermare un solo terrorista di Hamas!”?

Ciò che sembra una critica a Israele, ci dimostra, in poche parole, quali sono le nostre fonti. Sì, anche quando critichiamo.

La parola “terrorista” ha un rimando ben preciso: l’11 settembre 2001. La formula Hamas-ISIS proposta da Naza: the real story lo esplicita, ma quando utilizziamo nel nostro quotidiano Hamas e terroristi come sinonimi, in maniera incauta, stiamo decidendo di aderire alla stessa logica.

Si può continuare a condannare l’operato di Hamas, smettendo però di rifarsi a quella cornice per discutere il tema.

Parlando di questo conflitto, sarebbe il caso di rispolverare termini che abbiamo impilato nella storia finita: colonialismo, apartheid e, soprattutto, la definizione originale di democrazia. Sono le parole che ci permetterebbero di non dibattere più con il verbo di chi stiamo accusando. Ma nemmeno le parole giuste bastano.

NAZA, l’originale, condanna l’IDF, ma lo fa con il lessico di Israele, e la distanza dai palestinesi, che in sala ci sembra accorciata, si accorcia davvero solo fuori dalla sala, con la presa di distanza da quei governi che sostengono il massacro.

Finché non ridaremo peso al linguaggio, ai mezzi d’informazione e al potere democratico, saremo condannati a pensare che la realtà sia un film, da commentare senza peso, con l’alito che puzza di popcorn.


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