Questa non è una recensione. È un avvertimento.
Perché una volta visto NAZA, il documentario che ha strappato venticinque minuti di applausi al Festival di Venezia, non potrete più guardare il vostro cellulare senza un filo di apprensione. È l’ultima cosa che ho pensato all’uscita, raggiungendo la macchina quasi di corsa, trattenendo le lacrime fino a un attimo prima di sedermi nell’abitacolo.
NAZA ferisce nel profondo. Forse è per questo che, al termine della proiezione, il silenzio avvolge le sale, gli spettatori non riescono ad alzarsi e l’atmosfera greve consente solo a qualche pianto di sgretolarsi nella luce.
Quando mi siedo, la sala è completamente vuota.
Questo deserto – un’atmosfera spettrale alla Backrooms – mi stupisce: possibile che la causa palestinese interessi a così pochi, ormai? Dove per pochi stasera s’intende: me stesso. Invece, alla spicciolata, la sala si riempie.
Quando scende il buio mi trovo davanti uno schermo quasi altrettanto buio: NAZA si muove fra le ombre. Ventiquattro soldati e membri dell’intelligence israeliana parlano senza mostrare il volto. E allora che notte sia. E che le parole acquisiscano i connotati di una confessione. Ciò di cui parla NAZA tutti lo sanno: la carneficina di Gaza dopo il sette ottobre. Ciò che colpisce è altro: le modalità di questo massacro.

I primi fotogrammi mi lasciano perplesso. Troppa tenebra, sullo sfondo qualche grattacielo, i dialoghi hanno un tono dimesso. Poi, proprio questi particolari divengono amici, la narrazione procede fluida, senza orpelli, e diventiamo testimoni di qualcosa di enorme. Quando uno dei ventiquattro spiega la portata della sorveglianza sui cellulari di Gaza, mi dico: “Anche i nostri allora, perché no?” L’AI collega le chiamate e i messaggi ai dispositivi dei membri di Hamas già identificati, trasformando chi li contatta in un possibile bersaglio.
E allora mi chiedo: come poteva un sistema così potente e pervasivo non essere a conoscenza dei preparativi del sette ottobre? La domanda, che da un po’ di tempo ha preso a circolare nel dibattito pubblico, non viene mai apertamente affrontata nel documentario. Si muove clandestina nei risvolti di ogni rivelazione.
Pensiamoci. Tutti i cellulari. Tutti.
E ancora: un israeliano racconta che i servizi erano in grado di accedere alle fotocamere e ai microfoni dei dispositivi, di ascoltare le grida dei loro bersagli, persino di capire dal telefono di un bambino quando “papà è a casa”. Eccoli, i NAZA: le cosiddette vittime collaterali.
All’improvviso mi rendo conto di una cosa che ho sempre saputo. Ora però posso percepirla: posso sentire che all’altro capo del telefono potrebbe esserci uno schermo. E davanti a quello schermo, qualcuno. La nostra identità è ormai quasi interamente digitale. Posizione, carattere, abitudini. Segreti. I palestinesi l’hanno sperimentato sul proprio corpo.
Le verità cadono nelle orecchie di uno spettatore che a tratti si pente di essere in sala. Le conversazioni con i soldati sono intervallate da segmenti di vita quotidiana sottratti alle abitazioni negli alti grattacieli di Tel Aviv. Un televisore acceso. Un colpo di spugna sulle briciole sopra a un tavolo. Automobili che ingolfano un’autostrada. Tel Aviv come il resto del mondo: la vita che scorre accanto alla vita che muore.
Tuttavia qualcosa distingue – almeno per il momento – Tel Aviv da Roma, da Londra, da Berlino. Qua si respira un clima d’odio, dice uno degli intervistati. Perciò, fare quel che si deve fare risulta più semplice. Non è solamente un dovere. È un’investitura. La rimozione del sangue e del dolore passa attraverso la codifica di numeri dietro ai quali si nascondo uomini, donne, bambini, edifici. Gli ultimi fotogrammi del documentario restituiscono con brutale giustizia questa realtà.
Non possiamo voltarci. E anche se ci voltiamo, ormai è tardi.
L’abbiamo vista.