odo-ural.ru
sentrad.org
skybotix.com
verde-casino.ro
vmayakovsky.ru
1вин
pin up casino
пин ап
1win


Scopri l'universo
espanso di Gold
Gold enterprise
Goldworld Logo
FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO
Cinema

“Le città di pianura” e il fare cinema contro le regole dell’industria cinematografica italiana



C’è una frase che faccio fatica a tollerare, soprattutto quando viene detta da chi lavora nel cinema: “io non guardo film italiani”. Capisco lo scetticismo, per carità, e in parte lo condivido, perché spesso guardando certi film italiani si fa fatica a capire per chi siano stati fatti, se non per far girare una certa economia. Ma se lavori in questa industria, capire cosa viene prodotto, distinguere le opere meritevoli da quelle che non lo sono, non è un optional. È il minimo.

Il cinema è sempre stato in equilibrio tra arte e business, e non c’è niente di male in questo, anzi. Ma ultimamente sembra aver perso di vista l’aspetto artistico a favore di un approccio quasi esclusivamente produttivo, sostenuto quasi interamente dai fondi pubblici. Si parte dal finanziamento, si costruisce il progetto intorno al finanziamento, si rendiconta il finanziamento. Il film, in questo schema, rischia di diventare quasi un effetto collaterale. Non sto dicendo che non esistano eccezioni, ci mancherebbe, ma la logica dominante è quella, e si vede.

La cosa che trovo più interessante della storia del cinema è che le rivoluzioni non sono mai arrivate da chi aveva più soldi. La Nouvelle Vague era un gruppo di critici dei Cahiers du Cinéma che a un certo punto hanno deciso di smettere di scrivere di film e cominciare a farli. Con poco, con tanto, con l’idea che il punto di vista contasse più del budget. E avevano ragione. Come racconta benissimo il nuovo film di Linklater, che ho visto di recente e di cui ho già scritto, Godard, Truffaut e soci non stavano aspettando un finanziamento pubblico per cominciare: stavano aspettando il coraggio di farlo. La differenza non è di poco conto.

Poi c’è l’altra questione, quella che sento girare sempre di più nelle conversazioni di chi lavora nel settore: l’intelligenza artificiale. Che, come ho scritto altre volte, non è un tema che mi spaventa a prescindere, anzi. Ma c’è una narrativa specifica che mi lascia perplesso, quella che dice che presto un singolo, con abbastanza prompt e abbastanza strumenti, potrà fare un film da solo. Tecnicamente, forse. Ma il cinema non è mai stato una cosa sola. È un’arte collettiva nel senso più profondo, non solo perché servono tante persone per girare una scena, ma perché nasce dallo scontro e dall’incontro di punti di vista diversi. Togliere quella frizione non semplifica il processo, lo svuota.

Quello che mi convince, oggi, è l’artigianalità (e se vogliamo un maestro di questo approccio nel cinema italiano, il nome è uno solo: Maurizio Nichetti). La cura dei dettagli. Il fatto che un’idea giusta, difesa con ostinazione, vale infinitamente più di un budget grande gestito male.

E c’è un film che lo dimostra in modo quasi irritante, nel senso buono: Le città di pianura di Francesco Sossai. Nessun interprete dello star system, nessuno degli asset che l’industria indica come necessari per fare un film che funzioni. Ha due cose soltanto: qualcosa da dire e la capacità di dirlo bene. Il risultato sono sedici candidature ai David di Donatello e un botteghino che ha smentito uno per uno tutti i luoghi comuni sul cinema italiano indipendente. Sossai, in un colpo solo, è diventato il nostro Ryan Coogler, ovvero la dimostrazione che il talento non ha bisogno di permesso.

Speriamo vinca tutto quello che si merita.


creativecommons.ru
drift-gibsons.ca
kenfloodlaw.com
minnaz.ru
missia.org
shining crown
kazino
casino lemon
pinco giriş
babsisatelier.de
magazyndigital.pl
man-hestigroup.cz
sciencehook.com