Nei giorni che ci siamo sentiti con Sesto Carnera, rapper della provincia di Foggia, c’è stato un susseguirsi di atti di violenza un po’ in tutta Italia, spesso che riguardavano ragazzi molto giovani. Poi ascolto il suo nuovo disco “Purgatorio di provincia” e d’improvviso mi sono ritrovato catapultato in quella realtà grigia che mi sembra ultimamente un po’ l’Italia. Una nazione fatta di milioni di province più che da un’unica realtà.
O forse la nostra identità nazionale è effettivamente l’unione frammentata di mille province diverse, ma anche così vicine allo stesso tempo. Ho contattato Sesto, che produce dischi come un rullo compressore, un anno dopo “Panicoteca” e abbiamo parlato di collaborazioni e beat, ma anche della società che ci circonda e, inevitabilmente, di nuovo di droga. Un rapporto con il rapper di San Severo, che ci unisce e ci consolida, ma soprattutto un’intervista, come sempre, senza filtri.

Ci siamo sentiti l’anno scorso per l’uscita del tuo album “Panicoteca”, ad un anno di distanza… come stai? Com’è andato il disco? Cos’è cambiato?
Ciao, effettivamente è vero, il tempo scorre più in fretta di quel che pensiamo alle volte, ed è già passato un anno. Non è cambiato molto se non il fatto che anno dopo anno sono sempre più in focus sulla mia musica, mantenendo ogni dinamica pienamente da indipendente. Dunque, posso dirti, sicuramente sono più stressato (ride).
Uno dei fili conduttori di questo nuovo album mi sembra sia un tema horror, che mescoli con riferimenti religiosi, sbaglio? Mi è venuto in mente Necro, che infatti ad un certo punto del disco lo citi.
Interessante punto di vista. Sono sicuramente mega fan di Necro e del filone Non Phixion, Coka Nostra ed House Of Pain. La barra di cui parli, in cui lo cito, infatti, si rifà ad una narrazione del mio percorso di crescita di cui Necro ha fatto parecchio parte.
Il filo conduttore “horror” di cui mi chiedi, devo dire che mi lascia stupito, perché qualora arrivasse in questo modo, non era cosa voluta, anche se ho sempre avuto una tendenza sonora e tematica che virasse appunto verso le direzioni artistiche qui citate.
I riferimenti religiosi che si mescolano alla ruralità e alle problematiche sociali che narro, sono frutto del racconto geografico e del folklore legato ad esso. Raccontando del mio territorio non può mancare l’influenza dei culti religiosi che abitano la nostra tradizione. Tant’è che l’immaginario delle grafiche del merch del disco presenta: un rosario e la Madonna Del Soccorso (patrona di San Severo).

Il titolo del disco racconta la provincia come un purgatorio, che non credo sia una via di mezzo tra paradiso e inferno, ma una realtà tutta sua, cosa ne pensi?
Il termine “purgatorio” l’ho utilizzato proprio per cercare di descrivere la staticità e la drammaticità di cui la quotidianità della provincia è intrisa. In questo caso, se dico provincia, la questione è estendibile a tutte le casistiche italiane anche se il mio disco parla esclusivamente di quella di Foggia.
La provincia sa di purgatorio, di lentezza, di vite dimenticate, di problemi e i lamenti in loop da anni, di bar, di dipendenza da sostanze e gioco, di fumo di sala giochi, di mani sulle slot, del non avere opportunità che stimolino qualcosa se non il distruggersi dal pomeriggio col compari e prosecco o crucciare le spalle di fronte i soliti discorsi non così troppo colti. Quindi sì, stiamo parlando di un ecosistema sociale che ha vita propria, utilizzando un gioco metaforico di culto cristiano.
Il tuo rapporto con il cinema è già appurato, in questo disco, Sorrentino addirittura viene citato nei titoli di due canzoni; è il tuo regista italiano preferito?
La risposta a questa domanda apre un discorso molto ampio in realtà. Quello che posso dirti è sicuramente sì. Questo perché ad oggi i ragazzi che cercano di entrare a far parte di un “sistema”, avendo molta fame di farsi notare da chi detieni ruoli di maggiore potere, li spinge ad essere cruenti, questo probabilmente porta a bypassare dei “valori criminali” (passami il termine, non vorrei essere frainteso) che due o tre decenni fa vigevano in strada.
Un altro filo conduttore è la droga. Raccontata, esaltata a volte, a volte si parla di dipendenza. Mi sembra che il disco ne trasudi, come nei film di Scorsese, o nei libri di Saviano. Anche qui, che differenza c’è, se c’è, tra “Panicoteca” e “Purgatorio di Provincia”.
Parto dal presupposto che io non tendo ad esaltare la droga e la tossicodipendenza, bensì, ne descrivo il dramma che comporta. Chi vive determinate sofferenze, sa bene che certi ambienti e dinamiche non hanno nessun tipo di atto eroico e niente di cui vantarsi, tutt’altro.
Anzi, mi preoccupa sempre la possibilità che possa essere frainteso musicalmente, perché il mio obiettivo è sensibilizzare e non promuovere l’autodistruzione.
La differenza fra i due progetti citati, sta sicuramente nel fatto che “Purgatorio di provincia” essendo un disco solista, mi ha dato la possibilità di poter scavare maggiormente affondo sia nei meandri di me stesso e sia di non dover avere nessun tipo di freno tematico, essendo completamente tutto frutto di una narrazione personale.
Panicoteca, collega due realtà tramite la combo in scrittura con SPH; con P.D.P. sono stato libero di scrivere completamente della mia terra, dei suoi drammi e delle mie parti di carne che si staccavano cadendo sul foglio. Credo di aver davvero sanguinato parecchio in questo disco.
Tra i featuring spicca uno che attualmente è trai miei rapper preferiti: Egreen; com’è nata la vostra collaborazione? E, visto che ci leggono in tutta Italia e anche da fuori, con quali artisti ti piacerebbe collaborare?
Nicolas è stata uno dei pochi che ha cercato davvero di sostenermi e di questo gli sarò sempre grato. Ci conosciamo da diversi anni e ci siamo rapportati e confrontati continuamente. Sono molto lieto del nostro legame.
Gli artisti con cui voglio collaborare è che sento vicini musicalmente sono, in primis, Pessimo 17 con cui voglio continuare a fare musica; abbiamo fatto un paio di brani insieme (Sorrentino Bars IV e Tratte e Trasporti) e la stima nei suoi confronti oltre la vicinanza che sento, per il nostro vissuto similare mi spinge a voler condividere molto la penna con lui; poi sicuramente artisti come Nex Cassel, Silent Bob, Johnny Marsiglia, Click Head, Brenno ed anche amici con cui sono a stretto contatto nella vita come appunto SPH e Nor Psychohead. Quelli citati sono coloro che sento molto affini da un punto di vista di storytelling a me.

Tutto l’album è prodotto da Sinner The Sickest; è stata una decisione precisa?
Sì, con Sinner avevamo già lavorato ad un paio di brani: Black Chianghetta e Tenebris insieme ad Amir. Da quelle prime collaborazioni, mi ero reso conto che lui riusciva ad incarnare e rappresentare il suono di Sesto Carnera.
Se dovevo, prima del disco, in modo riduttivo, dirti un brano che rappresentava pienamente me come artista, ti avrei detto Black Chianghetta.

Ultime due domande, cosa dice quel “jingle”, credo sia il trademark di Sinner The Sickest? E infine cos’è l’olio di peranzana?
Dice semplicemente Sinner The Sickest in lingua russa, concordo che la sua firma da producer colpisce un po’ tutti; l’olio d’oliva di peranzana è un prodotto tipico di San Severo ed altre zone della Daunia e del Gargano, ed è uno dei migliori oli al mondo, esportato ovunque.
So che siete molto forti anche voi toscani con l’olio, devo venire a degustare le vostre pietanze prima o poi.
Che dire, aspettiamo Sesto a ottobre per fargli assaggiare il nostro “olio novo”!