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Le parole al contrario del caso Abderrahim Fakir: il nuovo lessico della violenza istituzionale



Foto in alto: il fermo della polizia a Bologna di Abderrahim Fakir (ph. Ansa)

La violenza, quando si ripete, ha bisogno di un lessico che la renda pronunciabile. Abderrahim, dall’arabo abd al-rahim, significa “servo della clemenza”. La stessa clemenza che Fakir ha implorato, ammanettato a terra, gridando “aiuto, basta”. Abderrahim, servo della clemenza, muore, non ricevendola. 

Esiste un passato prossimo che porta lo stesso nome. È il 26 gennaio 2026, Rogoredo, periferia di Milano: un altro uomo chiamato Abderrahim, ventotto anni, muore con un colpo di pistola sparato da un assistente capo della polizia di Stato.

L’agente che ha ucciso Abderrahim Mansouri, oggi indagato per omicidio volontario, dichiara di aver sparato per legittima difesa, sostenendo che la vittima gli avesse puntato contro un’arma. L’arma in questione, si scoprirà, era un giocattolo. Il giocattolo, si scoprirà, non era neanche nella mano della vittima al momento dello sparo: gli esami del DNA sull’oggetto troveranno soltanto le tracce dell’agente, nemmeno una di Mansouri. Post produzione scenografica. Regia messa in moto mentre Mansouri si trovava ancora a terra, morente. 

Ventitré minuti trascorsero tra lo sparo e la richiesta di soccorso. Ventitré minuti per guardare un cadavere che si trasforma da vittima in carnefice.

Ad accomunare Fakir e Mansouri non è solo il nome. Ad accomunarli c’è un provvedimento legislativo volto a tutelare un potere esecutivo che diventa esecuzione: lo scudo penale. “Legittima difesa”, per l’agente che ha sparato a Masouri; “Adempimento di un dovere” per gli agenti che hanno ucciso Fakir. Due formule che incorniciano un solo destino: la morte come esito compatibile con la legge.

La ripetizione smette di essere casualità e comincia a essere un sintomo. 

Uno scudo, per definizione, serve a difendersi da un colpo che arriva, non un riparo dietro il quale celarsi dopo aver provocato la morte di un uomo. Lo scudo penale è una giustificazione scritta in anticipo, un’alibi preconfezionato per l’ultimo respiro di chi grida aiuto mentre viene “messo in sicurezza”.

Ad accomunare Fakir e Mansouri non è solo il nome. Ad accomunare i due uomini c’è la coincidenza con un numero: il ventitré.

Alle dodici e diciassette al Pilastro viene richiesta un’ambulanza, arrivata sul posto alle dodici e trenta. Alle dodici e cinquantatré l’automedica constata il decesso di Fakir.

Ventitré minuti – esattamente gli stessi ventitré minuti trascorsi a Rogoredo tra il colpo di pistola e la richiesta di soccorso -, separano l’arrivo dei soccorritori dalla conferma della morte. 

Ventitré minuti, che nel caso Mansouri sono stati il tempo necessario per il riflettere dell’agente se fosse il caso o meno di chiamare i soccorsi.

Ventitré minuti, che nel caso Fakir sono stati il tempo necessario per “l’assistenza” dell’ambulanza a un uomo che ansima, che si dimena sempre meno, fino a tacere. Un uomo messo in sicurezza fino a spegnersi.

Perché in quei ventitré minuti, l’ambulanza, non soccorre: assiste. E assistere, qui, non assume il significato di prestare assistenza, ha il significato di assistere a una tragedia in diretta, come a teatro.

“Giù le mani dalla polizia!” dichiara la Lega in poche ore: gli agenti “hanno fatto il loro dovere”. Ed è difficile non notare l’ironia involontaria di questa formula. 

“Giù le mani”, la frase pronunciata a difesa delle uniche mani che, in quella scena, si sono davvero alzate, e che hanno ucciso.

Ripercorriamoli allora questi termini, uno dopo l’altro, così come sono stati usati: un uomo viene messo in sicurezza, i sanitari assistono, l’opinione pubblica difende lo scudo penale, la politica chiede di tenere giù le mani dalle forze dell’ordine.

Nessuna di queste frasi mente. Ognuna di esse, semplicemente, ha smesso di dire ciò che dice.

Resta aperta allora una domanda: che cosa accade a una nazione che accetta, caso dopo caso, che il significante si allontani sempre di più dal significato delle parole che usa?

Al prossimo episodio.


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