E va bene, parliamone di sostituzione culturale, allora. Parliamone davvero, visto che è l’unica argomentazione che riesce a parlare a tutte le bili.
Tanto si è detto della vacuità di una politica basata solo ed esclusivamente sull’opposizione all’Altro, ma c’è da ammetterlo: qualcuno, il secolo scorso, con gli stessi termini, il proprio disegno politico lo realizzò fino in fondo – e lo aveva scritto, prima ancora di salire al potere, in un libro che ne anticipava ogni mossa. “Il futuro di un movimento dipende dal fanatismo, e anche dall’intolleranza, con cui i suoi aderenti lo difendono come unica direzione corretta, e lo portano avanti in opposizione agli schemi di simili caratteristiche” (A. Hitler 1925, Mein Kampf p.92).
Non c’è da sorprendersi allora che, anche oggi, chi ha fame di potere ricalchi le stesse orme, dimostratesi funzionanti senza una sbavatura. I risultati, a prescindere da quanto essi possano considerarsi aberranti, sono nei nostri libri di storia.
Partiamo da un assunto quindi: questo tipo di propaganda funziona, per una fiammata di potere. Non dibattiamo di questo.
Però parliamone della sostituzione culturale, quella vera. Non staremo, forse, guardando il dito che punta alla luna? Siamo proprio sicuri che la sostituzione culturale da temere sia quella che arriva su un barcone, che per integrarsi deve adattarsi alla nostra burocrazia, ai nostri documenti e alla nostra lingua?
Oppure, azzardo, può una cultura essere sostituita in maniera infinitamente più surrettizia?
Chiunque abbia cercato davvero di costruire un consenso lo ha sempre saputo: molto prima di conquistare il potere, bisogna conquistare il linguaggio. Molto prima di amministrare uno stato, bisogna educare l’immaginario.
Nel nostro contemporaneo, il diavolo tentatore, è sia serpe che Apple. È nei nostri applausi al cinema, nelle nostre tasche digitali, si è infiltrato nella nostra comunicazione quotidiana, e il motivo per il quale passiamo notti insonni inseguendo il sogno americano – non ammettendo trattarsi di una sindrome di Stoccolma -, è proprio questo: il suo lessico e il suo immaginario, ci hanno già conquistati da tempo. La storia, la fa chi la vince.
Ma di alternative non ne esistono? Questa è la domanda inconscia di una nazione che si riconosce improvvisamente senza carattere.
Sempre qualcuno, l’innominabile l’alleato storico del regime italiano, scriveva che si combatte solo per ciò che si ama, si ama soltanto ciò che si rispetta, ma si rispetta soltanto ciò che si conosce. E allora chiediamoci anche questo: noi, italiani, che cosa si può dire conosciamo davvero?
Se dovessimo cercare i fenomeni che più di ogni altro hanno marchiato la nostra storia, quelli che ancora oggi evocano immediatamente un’idea di Italia nel mondo, probabilmente dovremmo pronunciare due parole che pochi amano ascoltare (così si dice…): fascismo, e mafia. And yes of course even pizza and mandolino!
Fascismo. Mafia. Figli della stessa Madrelogica: tribalismi moderni, che mettono al centro la comunità chiusa in una fedeltà assoluta, mentre tutto ciò che resta fuori diventa un nemico da subordinare o da combattere. Questa, nel male e nel male, è la nostra alfabetizzazione politica.
Questo è ciò che conosciamo, quindi rispettiamo, amiamo, e per cui saremmo potenzialmente pronti a combattere. Questa, sarebbe l’alternativa alla sostituzione culturale americana.
No, non c’è da sorprendersi che si ritorni ancora una volta qui. Cambiano i nomi. Cambiano i bersagli. La grammatica resta identica.
Ciò di cui ci si dovrebbe sorprendere, però, è ben altro, e lo abbiamo sotto il naso. Una condizione che apparirebbe impensabile su carta.
Nei lager, i kapò erano i prigionieri a cui i nazisti affidavano il controllo di altri prigionieri: bastonavano per conto del padrone, convinti che quella piccola autorità li avrebbe resi parte della vittoria. Restavano prigionieri lo stesso, e nella camera a gas ci sarebbero entrati comunque.
La destra identitaria si muove nel perimetro coloniale americano esattamente così, gestisce l’ordine per conto del padrone, alza la voce contro i propri pari, gioca a fare il carnefice direttamente da dentro il campo, convinti che il regalo di quella divisa posticcia li renderà partecipe della vittoria. Amiamola l’America! Make America Great Again!
Con la fede cieca nella possibilità del miracolo, si sta tentando di far resuscitare il fascismo, avendo sullo sfondo ancora la bandiera americana piantata sul nostro terreno, in segno di vittoria.
Sia chiaro, non si sta affatto sostenendo l’America sia il nemico del fascismo, oggi. Si sta tentando un discorso più sottile: i nazionalismi, sotto un’influenza così potente, sono caricaturali.
È qui che la sostituzione culturale torna improvvisamente al punto da cui si era partiti. Vale la pena guardare, allora, i video generati con l’intelligenza artificiale che trasformano Roberto Vannacci in un condottiero romano: nell’arena del Colosseo mentre ordina l’esecuzione dei suoi avversari politici, o da Mattarella, a chiedere la grazia per Mario Roggero.
Immagini con il proposito di evocare Roma, la forza, la tradizione, l’identità nazionale. Eppure, ogni elemento di quelle rappresentazioni, parla un’altra lingua: con l’intelligenza artificiale sviluppata dalle grandi aziende americane e la logica virale dei social network, perfino l’imperatore romano, nel momento in cui viene trasformato in un contenuto algoritmico, smette di appartenere alla storia romana e diventa un personaggio americano.
Ed è forse questo il paradosso più interessante del nostro tempo: la politica che più denuncia la sostituzione culturale sembra incapace di esprimersi se non attraverso questa. Quella vera.