Cinema
L’Odissea secondo Nolan: la struttura perfetta del grande inganno cinematografico
di Omar Rashid27 Luglio 2026
Chi mi conosce sa quanto io sia appassionato di storie e di linguaggi. Sebbene non abbia una vera e propria formazione in ambito cinematografico, l’aver letto un po’ di libri sulla sceneggiatura e la costanza di andare in sala almeno una volta a settimana mi hanno portato, in modo del tutto naturale, a notare una cosa: sono davvero poche le ossature che reggono la stragrande maggioranza dei film che vediamo.
A tal proposito, vi segnalo il freschissimo format dei ragazzi di Slim Dogs, “Sempre la stessa storia“, che si basa molto sul celebre saggio “Save the Cat!” di Blake Snyder, perfetto per capire proprio quante (e quali poche) siano le strutture narrative davvero efficaci nel cinema.

Tenendo a mente queste architetture invisibili, sono andato a vedere il nuovo film di Christopher Nolan, e devo dire che mi è piaciuto molto. Ci consegna la sua personalissima traduzione dell’opera fondante della narrazione occidentale: l’Odissea.
Penso sia giustissimo che abbia dato una sua lettura così intima del classico, proprio perché l’Odissea è, per eccellenza, un racconto di tutti. Il tradimento del testo di partenza è parte integrante e vitale del lavoro di un regista che si presta a fare una riduzione o un riadattamento di un’opera non sua.
D’altronde, credo fermamente che l’arte, una volta realizzata, non appartenga più al suo creatore ma a chi la fruisce; e spesso le letture di questi ultimi si rivelano più “giuste”, o quantomeno più stratificate, di quelle che erano le intenzioni iniziali dell’autore.

Fedele a questa libertà interpretativa, Nolan sposta il baricentro del mito. Il suo Ulisse non è l’eroe classico e trionfante, ma un veterano logorato, perseguitato dal peso delle scelte fatte sotto le mura di Ilio. È un’ombra psicologica innescata da quell’inganno geniale e terribile che ha chiuso il conflitto, trasformando la gloria della vittoria in uno shock inconfessabile e paralizzante.
Ancora una volta, dopo aver esplorato il crudo realismo in Dunkirk e le vertigini dell’ambiguità morale in Oppenheimer, il regista usa il passato per riflettere sulle cicatrici e sui traumi del nostro presente.

Per chi mastica le dinamiche della scrittura, è evidente come Nolan consideri la struttura narrativa non un semplice contenitore, ma la vera materia prima del suo cinema. Se in Tenet aveva preso l’archetipo del Viaggio dell’Eroe per complicarlo fino allo stremo inserendolo in un letale palindromo temporale, con l’epica omerica gioca in un territorio che, a ben guardare, aveva già esplorato e manipolato magistralmente in passato.
Pensiamo a Memento: Leonard Shelby è a tutti gli effetti un Ulisse condannato a navigare in un mare dove la nebbia è la sua stessa mente. Il suo nostos è la ricerca disperata di una condizione perduta, e le singole sequenze frammentate dalle Polaroid sono isole abitate da figure manipolatrici, come Teddy e Natalie, vere e proprie Sirene o Ciclopi moderni che sfruttano la sua amnesia per trarne vantaggio.
Lo stesso vale per Interstellar, un’odissea spaziale purissima dove l’ira di Poseidone assume le forme ineluttabili della relatività del tempo, e ogni pianeta alieno esplorato da Cooper diventa una tappa ostile e ingannevole in un ritorno a casa che sembra sempre più irraggiungibile.

Ciò che distingue visceralmente l’Odissea dal classico Viaggio dell’Eroe è proprio la sua natura orizzontale. Non si tratta di una scalata verso un potere maggiore per sconfiggere un male assoluto, ma di un test di logoramento, una resistenza estenuante contro le deviazioni.
È un racconto di sopravvivenza episodico di cui la settima arte si è sempre nutrita. I fratelli Coen ne hanno fatto una trasposizione geniale e dichiarata con Fratello, dove sei?, calando sirene lavandaie e ciclopi venditori di bibbie nell’America polverosa della Grande Depressione.
Ma la forza di questa struttura sta nella sua capacità di mimetizzarsi e reinventarsi. 2001: Odissea nello spazio lancia la sfida verso l’ignoto estremo, mettendo l’equipaggio di fronte a un invincibile ciclope tecnologico, HAL 9000, dominato da un gelido e inesorabile occhio rosso.
In modo simile, I figli degli uomini tramuta la ricerca di un rifugio in un’odissea urbana disperata e cupissima, dove ogni territorio ostile o campo profughi rappresenta un mostro contemporaneo da eludere per garantire una scintilla di futuro all’umanità.

A volte, questa architettura assume contorni metafisici o si trasforma in un vero e proprio atto di ribellione. The Truman Show mette in scena un’odissea contro gli dèi stessi: l’isola di Seahaven è la prigione perfetta, e Christof è il Poseidone televisivo che, dalla sua regia onnipotente, scaglia tempeste pur di impedire al protagonista di varcare il confine del suo dominio.
Poi ci sono i ribaltamenti totali, come il capolavoro d’azione Mad Max: Fury Road. Strutturalmente è un’odissea brutale, ma con un twist a metà strada che ne definisce l’anima.
Quando Furiosa e Max scoprono che il Luogo Verde non esiste più, compiono la scelta odissiaca definitiva: il vero nostos. Decidono di fare inversione e tornare a casa, affrontando l’inferno per sconfiggere i Proci che hanno corrotto la Cittadella e riprendersela.

Alla fine di questo viaggio attraverso le forme del cinema, il parallelismo più affascinante non è tanto tra i personaggi tormentati sullo schermo e Ulisse, quanto tra Ulisse e la figura stessa del regista.
L’eroe omerico sopravvive grazie alla mètis, l’intelligenza astuta, la capacità di tessere inganni e illusioni per superare confini insormontabili. E cosa fa il cinema, se non questo?
La frammentazione temporale, il montaggio, l’illusione ottica: Nolan, come i grandi autori prima di lui, utilizza la macchina da presa e la sala di montaggio esattamente come il suo protagonista usò il legno per il cavallo.
Costruisce un involucro affascinante, un monumentale cavallo di Troia visivo, per farci abbassare la guardia e contrabbandare le sue vere ossessioni direttamente nella nostra mente. E noi, proprio come i troiani, seduti nel buio, non possiamo fare a meno di aprire le porte e far entrare l’inganno.